Il consumismo degli italiani diventa virtuoso e low cost. Nel Bel Paese gli acquisti dei prodotti alimentari si fanno oggi principalmente al supermercato o negli hard discount. Si risparmia. Ma, nello stesso tempo, si punta a un maggiore benessere. Aumenta, infatti, il numero delle famiglie che preferiscono frutta e verdura biologica. La qualità, dunque, guida le scelte. Eppure, si fa fatica a soddisfare tutte le esigenze, perché si devono pur sempre fare i conti con le proprie tasche. Ben il 14,5% dei cittadini si trova in una situazione di reddito critica. Lo raccontano i dati del rapporto Censis-Confcommercio che mette a confronto la situazione italiana nel 2006 con quella europea.

Il nuovo piace. Anche in Italia si fa strada la diffusione di prodotti biologici, di erboristeria, del commercio equo e solidale e dei cibi etnici. Nel nostro paese vengono acquistati soprattutto frutta e verdura biologica. È preferita dal 42% delle famiglie. La scelta di nutrirsi in maniera diversa la fanno principalmente le giovani generazioni. Dagli ultimi dati dell’osservatorio permanente dei consumi della Confcommercio e del Censis risulta infatti che solo il 26% degli ultrasessantacinquenni acquista i prodotti dell’agricoltura biologica. Una percentuale che sale molto, raggiungendo il 46% tra i trentenni, i quarantenni e i cinquantenni. Secondo il Censis è il chiaro segnale che sta prendendo piede una dimensione responsabile e consapevole del consumo, che va oltre la semplice ricerca di novità e di esotismo.

Aumenta il numero delle famiglie che acquistano prodotti con il marchio commerciale delle grandi catene distributive. La percentuale è salita al 78% rispetto al 66% del 2004. Sembra proprio che il marchio commerciale sia l’ideale per trovare quell’equilibrio ottimale tra prezzo e qualità dei prodotti. Si spende meno, infatti, ma si ottine comunque un livello qualitativo accettabile.

Per le loro spese gli italiani preferiscono gli hard discount, gli ipermercati e i supermercati. Ma c’è di più. Gli shopping center si propongono non solo come punto di riferimento per i processi di consumo, ma come spazio d’aggregazione per giovani e famiglie. In questi centri convergono servizi, divertimenti ed offerte per il tempo libero. Intorno al punto vendita sorgono, infatti, ristoranti, pizzerie o kindergarden. «Se fino ai primi anni Novanta – si fa notare nel rapporto – erano pensati come degli scatoloni basati sul concetto di economicità, che avevano la vendita quale unico obiettivo privi d’aree di percorrenza e di sosta, i centri commerciali sono ormai dei posti vivi e vibranti, in cui il comfort del cliente-consumatore è divenuta la preoccupazione principale delle società che li gestiscono, così come la ragione fondamentale del loro successo».

In Italia, il negozio di quartiere, diventato sconosciuto in molti paesi europei, tiene. Vi fa acquisti ancora il 31,5% dei consumatori. Continuano poi a essere frequentati i mercatini rionali scelti dal 40% delle famiglie. I consumi ristagnano. Dunque, tirando le somme i consumi tricolore ristagnano. A settembre solo il 31% delle famiglie italiane ha potuto aumentare gli acquisti. Sono stati molti di più invece i cittadini di Eurolandia che hanno messo mano al portafoglio: il 45%, cioè quasi la metà dei consumatori. «I segnali rassicuranti per le famiglie appaiono scarsi sia dal sistema politico che da quello economico, questo porta a pensare che lo scenario nei prossimi mesi sarà ancora improntato alla cautela», commenta il presidente della Confcommercio, Carlo Sangalli.